Un viaggio a Riviera Nayarit

16 ottobre 2015


Un viaggio a Riviera Nayarit

Giorno 1: Puerto Vallarta- Chacala

Era da tanto che programmavo un viaggio così poco prevedibile, forse la compagnia autoctona mi rassicurava sull'improvvisazione, ma nonostante questo, si sa come è difficile trovare un compagno di viaggio con cui poter adattarsi a cambiare piano ogni minuto, e prendere decisioni su qualunque cosa, che strada prendere, che ristorante provare, di quale tassista fidarsi. Ed é il bello del viaggio della vita, ogni momento siamo di fronte a decidere qualcosa, a volte qualcosa di grande che può cambiare il destino dei piani futuri, a volte siamo accompagnati, ma ogni decisione alla fine risulta personale. A volte sbagliando strada, troviamo qualcosa di ancora pi'u interessante, ci allontaniamo dalla meta, ma ci avviciniamo a una sorpresa piú simile a quello che volevamo.
Dopo piú di un anno di blocco dello scrittore, riprendo con il tour, il viaggio continua sempre e costante, anche se a volte silenzioso e non raccontato, e ricomincio dall'ultimo viaggio, dopo 13 mesi di Messico.

Per dare qualche suggerimento a chi di tanta improvvisazione non è, c’è da dire che arrivando all’aeroporto di Puerto Vallarta ci sono varie opzioni di trasporto economico, soprattutto con i  “camiones”. Il fatto ‘e che in un camion - per capire un bus più o meno antiquato - ti da quella sensazione non sono di star viaggiando in un paese esotico, ma di star viaggiando CON chi fa quella strada parecchie volte al giorno  o per lo meno l'ha fatta. Con i turisti non sono di tante parole, ma visto tutto, nemmeno con i messicani turisti che vanno con in giro con le güeras - le bionde o con la pelle bianca. Di fatto, preso il bus per Sayulita, non so chi ne come ci sveglia per sapere dopo un’oretta e mezza di tragitto dove era la nostra fermata, e ci avvisa che ci eravamo passati da più di un-ora. Giusto per iniziare bene e senza imprevisti, non fidarti mai che ti avvisino della fermata, soprattutto se stai dormendo. Alternative: tornare indietro per ricomporre la rotta pensata, o trovare un’alternativa, alla fine eravamo solo più a nord, parecchio più a nord di Sayulita, ma sempre lungo la costa. Chiedendo alla biglietteria, la ragazza che mi guarda come fossi un extra terrestre perché abbiamo passato la fermata da più di un’ora e perché chiedo come fare a saper la fermata… del resto poi capisco dal fatto che la ragazza, nata e vissuta per quei dintorni, non era praticamente mai andata al mare in vita sua, nè a Sayulita nè in nessuna spiaggia che potesse raccomandare, mi immagino come sia vedere una  turista che fa una richiesta fuori dal sistema sociale prestabilito. 
Non importa, alla fine tra un panettiere e una tipa della stazione, riusciamo a scoprire il nostro nuovo destino, la playa Chacala. Non sapendo molto bene come arrivare, ci facciamo accompagnare da un tassista, il meno taccagno disponibile, anche nelle parole, dato che solo del suo racconto sarebbe necessario un articolo a parte. Vita e famiglia negli States, ritorno per il Messico, Las Vegas, Phoenix… ma gli mancava la sua Peñita.

A Chacala, eccola


il miglio pesce Sarandeando mai mangiato in vita mia - non ne avevo mai mangiato uno ma posso scommettere che poteva essere il migliore di secoli, raccomandazione di Abel, il tassista.
Cielo nuvoloso, ma acqua caldissima, tantissime onde, una spiaggia di pochi metri ma con quei 4 o 5 ristoranti che possono avere di tutto. 
Hotel, probabilmente il più sporco e il meno selezionato, ma per 350pesos in due, con acqua calda e aria condizionata, gli scarafaggi é stato sufficiente mandarli fuori percheé non riestassero.
Ah e la cosa più buona, dei dolci di cocco venduti da un signore del posto, imperdibili.
La sera tutto chiudeva alle 22, siamo riusciti a farci strappare un whiskey on te rock dall'ultimo bar sulla costa aperto pagando quando già non c’era più nessuno ai tavoli. Ma si sa, a volte in due, o in uno, non è necessario molto di più di una sedia di plastica, di fronte il rumore delle onde, oscurità, solitudine.

Giorno2: Chacala - Sayulita

Perdersi per scoprire casualmente posti imprevisti, non ha prezzo. Un altro taxi, un altro con voglia di parlare, e siamo a Sayulita. Tutta un’ altra cosa, vita negozi, stranieri parlando inglese da tutte le parti, e soprattutto tale da surf in ogni angolo.
La spiaggia lunga, tanti bar hotel e ristoranti, noi siamo riusciti a cavarcela con un 700 pesos con bagno in camera e una stanza pulita, credo si chiami la Gradinata.
Il tempo variabile, ma non ho mai visto tanti surfers districarsi così. Dopo una minisiesta ci cattura l'attenzione un bar molto hippie, una specie di capanna con murales dipinti con menu, e un margarita non me lo toglie nessuno.
Il pranzo, si raccomandano los tacos e i piatti del Marys, era facilmente il posto con più gente, e io confermo che amo i tacos di Marlin. Salse piccantissime. 
La sera in Sayulita è una festa, il zocalito - le piazza principali di una città sono zocalos in Messico - con raggaeton, ma al lato non poteva andarci meglio, tavoli fuori, musica in vivo con percussione e chitarra, fino alle 3am. 

Giorno 3: Sayulita - Bucerías - Punta Mita

Di nuovo un bus, questa volta abbastanza pieno e caldino, verso Punta Mita. Il trasbordo a Bucerías e un delle improvvisazioni più interessanti del viaggio, nell’aspettare il bus qualcosa mi dice che era buona opzione andare a bagnare i piedini nella spiaggia. Ed effettivamente, dai piedini siamo arrivati a un bagno rinfrescante, con la minivaligia, la mia limonata naturale freddissima, e le onde, immancabili per il Pacifico.


Il cielo finalmente terso, si poteva vedere la costa di dove ci saremmo spostati dopo, un po’ più a nord. Dope un’ora rifocillante seguiamo la rotta del bus, e arriviamo a Punta Mita, uno dei posti probabilmente più strani del tour; molto turistica per le strutture, dato che da li é la partenza delle barchette per le famose Islas Marietas, attrazione must della riviera. Ma la spiaggia molto ristretta, roccosa e quasi inaccessibile,  spostandosi dall' hotel - quello si, probabilmente il più lussuoso e sempre con 700 pesos, ma probabilmente l'unica notte poco accertata - il pranzo più caro e meno rustico, e più in la una sensazione di solitudine più sinistra, all'improvviso un gruppo di bambini del posto giocando a calcetto, cani senza briglia pieni di sabbia, persone poco curate e allontanandosi dietro alla spiaggia, nulla, una via principale. Niente paese, niente negozi. Forse la piccola deviazioneé causa di tensioni  nella coppia di viaggiatori, che sentono il bisogno di un momento di separazione.  Vagando la sera per tutta la via, l'unica via del paesino, fino arrivare al fondo, persone ferme in bungalow senza sapere esattamente cosa facessero, i pochi vivi che mi guardano, mi parlano e mi chiedono se ho stavo cercando qualcosa. Ignoro tutto, in relata vagavo senza cercare, pensando, senza obiettivi, un po’ disperante,  vado al super 24 ore vicino alla super strada e mi prendo un cornetto rifocillatore. Un altro gruppo di giovani che si zittisce quando passo, probabilmente immersi nei loro “viaggi” o magari no, sollazzandosi innocentemente nella loro pigrizia.
Decisamente non un buona tappa, ma per tutto bisogna passare.

Giorno 4: Bucerias - Punta Mita/Marietas 

Dato che avevamo pensato aspettare il giorno dopo per il passaggio alle islas marietas, non era stato ben approfittato, ma non ci facciamo fermare dalla pigrizia, e dopo la colazione alle 8 con questa vista




 e una notte non così tranquilla, di nuovo la preferita, Bucerías con ricerca di ostello - probabilmente il migliore qualità prezzo addirittura con terrazzetta e 300 pesos. La nostra mattinata approfittando del soletto, un paio di mojitos,  un po’ di allegria e di nuovo a Punta Mita, un’oretta di calore e trasporto soffocato.

Las islas maristas, come mi aspettavo, é un isoletta consorte naturali, il cui aspetto in foto ‘é spettacolare,

anche se forse le aspettative delle immagini da google la facevano più imponente. Il fatto è che come quasi tutte le attrazioni turistiche, perde la magia, con il tour di foto, manca silenzio e senso di contemplazione, ma d’altra parte non si può  cercare nemmeno qualcosa che non  fa parte del piano sociale. Un piccolo snorkling e tanta fauna, granchi pesci pagliaccio, blue-footies-boobies con le zampetta azzurre.

Al ritorno a Bucerias, uno dei tramonti più belli, con uno dei ristoranti più malinconici, suonando Banda, quasi vuoto, solo qualche venditore, una cena di pesce al Chivero, altamente raccomandata.

La sera, l’ultima in riva del pacifico, termina cosí, con una birra sul balcone di casa, senza pretese, con conversazioni intense, preoccupazioni, convivenze difficili , problematiche del futuro. Ma anche così, ha la sua ragione di continuare.

GIorno 5: la Higuera Blanca


Senza fermarsi fino all[ultima, l’ultima mattina viaggio di un’oretta in bus a la Higuera Blanca, la spiaggia piú deserta vista nella vacanza, nel paese piú sperduto che abbia visto. Arrivati al centro con il bus, zero turisti, una cammina ta lunga alla fine ci porta in mezzo alla selva che sfocia e non nascondo la fatica il sole a picco, la sete, ma il bagno forse pi’u goduto, onde immancabili, l'acqua più trasparente, e nessuno, assolutamente per kilometri. Solo selva intorno, due surfer in lontananza, e un'ora di gloria. 
Il ritorno faticoso, e un’esperienza insolita: un rider, un signore ci vede aspettare sulla super strada e in un angolo minimo di ombra, e ci prende perché casualmente passa da Bucerias, dove avevamo i bagagli che ci aspettavano per imbarcare. Come un tassista, ma con aria condizionata e un camioncino impeccabilmente pulito, il signore di Mixoacan ci racconta del suo lavoro di Mantenimiento di case di Canadesi, sembra che fosse una minoranza importante, gente che va in vacanza e capisce che il clima terribilmente freddo non fa per loro e che poco più a sud un paradiso di calore, per ch viene con il benessere economico del nord. 
Che dire, le vite possono essere così diverse, quello che ti porta casualmente a lavorare in un luogo, può accompagnare parte delle tue scelte di vita, può portare a incrociarsi con vite di altri, con vite di solo qualcuno ma infinitamente importante, per sempre o quasi.

Con una doccia rinfrescante, si riparte per l’aeroporto como fossero state le  mille e una notte. 

Ed é cosi, a volte sentiamo di dover camminare, di spingerci al limite, di provare conoscer sbagliare cammino, andare soli o fari accompagnare, non si può capire come si possa star soli cercando di condividere, e non si può capire il livello di condivisione, di felicità, così diverso in ognuno che a volte non sappiamo e pretendiamo di aspettarci che l’altro in questo mondo sia come noi. Ma non c’e una regola, non un schema, tra i vari tassisti, alberghieri e baristi che ti scambiano una parola o esperienze di vita, a volte ci fanno un grande regalo.


Il Cammino di Santiago: le mie tappe

5 agosto 2014

Dopo tante esperienze spagnole vissute in questi due anni e mezzo di soggiorno a Madrid, finalmente è toccata l'esperienza più grande degli ultimi anni. Anche io ho fatto il Cammino di Santiago. 

Non penso sarà necessario dare consigli pratici, di quelli se ne trovano fin troppi nella rete. Quello che vorrei dare è l'idea dell'emozione e tutto quello che ha arricchito la vita di ogni pellegrino, dove tutti siamo diversi ma simili perché accomunati da qualcosa di grande. Sono consapevole che il tema religioso sia delicato e parallelo, ma nemmeno in questo terreno non lascerò le mie impronte, dato che non mi sento spiritualmente in grado di farlo, ma le tappe non si concludono con Santiago e l'evoluzione della vita è un mistero infinito. Dunque partiamo dal principio. 

Prima di iniziare a pianificare con la mia cara amica il cammino, non avevo la più pallida idea di come sarebbe stato, ma ero attirata come sempre dal nuovo, dalla conoscenza, dal percorso, dalla meta prefissata. Credo che sia sorta l'esigenza per entrambe proprio da questi sentimenti. La pianificazione delle tappe - che dovevano coprire almeno 100 km per ottenere il diploma della Compostelana - fu altrettano divertente. Cosicchè con appena una settimana di anticipo, già a avevamo tappa per tappa e giorno per giorno programmato la nostra giornata e il nostro cammino francese prescelto fra le varie rotte storiche.



Arrivo: Sarria

Diverse ore di trano separano Madrid da questa cittadina della Galizia, con il nostro zaino ricco di cose indispensabili, già sognamo come sarà. La prima volta per me in Galizia, finalmente avrei potuto visitare un po' il nord che sempre mi aveva attirato ma che non avevo a nuora avuto modo di toccare. Una volta arrivate e trovato l'albergo, è tardi e non ci rendiamo conto di quello che stava per iniziare. Non riusciamo a parlare quasi con nessun pellegrino - a parte vedere qualcuno zoppicando qua e là e alcune ragazze italiane mostrando vesciche. Ce la prendiamo con calma, ispezioniamo il paesino fatto di case di pietra, arriviamo verso la via storica dove la chiesa, e li ceniamo di razioni, ascoltando le conversioni di chi aveva già iniziato il cammino, curiosando come gruppi eterogenei di giovani anziani spagnoli e stranieri si fossero aggregati, scoprendo svariate e improvvisate traduzioni dallo spagnolo all'inglese che ci fanno sorridere, ma alle 22 già la luce è spenta e i nostri compagni di stanza già addormentati. Prima lezione: mai dimenticare i tappi per  le orecchie, e se sei quello che va sopra nel letto a castello, organizza bene tutte le tue cose prima di salire o sveglierai tutti per scendere a cercarle. 


Prima tappa: Sarria - Portomarin, 22,4 km

La mattina è fresca e buia alle 7, e dopo una colazione a base di te e merendine prese al supermercato il giorno prima così iniziano i nostri chilometri. All'uscire dal paese ci sembra complicatissimo trovare la strada, cercando frecce gialle e conchiglie ovunque, e alla fine chiedendo e interpretando le varie risposte in gallego degli anziani svegli al mattino presto, riusciamo a incamminarci e a trovare i primi pellegrini. Tantissimi andalusi e tantissimi italiani, appena uscite dal paese inizia il bosco che ci avrebbe accompagno quasi fino al paese. Passano ore e ore così, con pause brevi, la ricerca di acqua dalle fontane, i nostri dubbi, i calcoli di quando saremmo arrivate. Tante parole, pochi silenzi, "Buen Camino" è il saluto che ci scambiamo noi pellegrini. Lo zaino non sembra pesare più dei pensieri, la natura che mi circonda, la lontananza dai rumori artificiali, mi fa sembrare Madrid e la vita routine molto lontana. Il cellulare spento, non abbiamo necessità. Iniziano a soffrire di stanchezza i piedi, le scarpe forse sono troppo strette, ma è sopportabile. E così verso la quinta ora, e l'inizio dell'asfalto, un grande cartello ci accoglie. Delle scale e una piccola porta medievale si entra nel paese. La strada principale, ovviamente in salita è quella che secondo un anziano gallego che esce gentilmente dalla sua stalla ci conduce al nostro albergo. Un ragazza ci accoglie, siamo tra le prime pellegrine ad arrivare. Solo una ragazza giovane e nordica aveva già occupato il suo letto. Niente come quella doccia calda, in un bagno pulito ed accogliente. Il solito letto a castello, il sole caldo con l'aria tiepida della Galizia. E la cosa più importante: il pranzo. 



Questo è solo primo delle giornate scandite dal cammino: e inizio a pensare a quanto l'essere umano torni al suo stadio più essenziale, più animale. Ha bisogno di nutrirsi perché ha lottato la natura con le sue gambe, ma allo stesso tempo ha un sentimento molto più grande di appagamento. Mi rammenta un forte contrasto fra la natura animale dell'uomo e la civilizzata: proprio ora che siamo in preda ai nostri istinti più basici, è il momento in cui più siamo civilizzati, e la nostra natura di essere sociale si manifesta, con il rispetto per il prossimo, con la ricerca della condivisione, non sempre e non per tutti, per alcuni più selettiva, ma costante. L'uomo è n essere sociale e cerca la propria tribù, la propria dimensione collettiva. Nessun posto mi sono sentita a casa come in un albergo di pellegrini. Poco a poco arrivano persone dopo di noi, e con grande soddisfazione ci avviciniamo alla pizza centrale, con il bel portico e la scelta dei posticini per mangiare. Incrociamo lo sguardo di ragazzi che erano con noi nel treno per Sarria, o di altri incrociati nelle 5 ore di cammino. Il pellegrino lo riconosci: va vestito comodo e con le ciabatte, per rilassare i piedini soggetti a un lungo sforzo. Siamo tutti riconoscibili e solidali.  Sento parlare italiano ovunque, e così per gioco ci fermiamo in un ristorante italiano. Un ragazzo dalle poche parole ci prepara la pasta più buona mangiata negli ultimi due anni in Spagna, per poi scoprirci connazionali. Andrea di Ferrara, non capivo come un ragazzo italiano potesse avere l'idea di lavorare in un ristorante di Portomarin, un paesino che nemmeno uno spagnolo conosce. Il cammino l'aveva portato li, mi racconta, e la sua meta l'aveva scelta cammin facendo. 


Iniziano le storie infinite ascoltate dai nostri compagni di avventure. Helen, una delle ragazze che più mi hanno fatto pensare in questo cammino, con quel viso limpido e pacifico, che nascondeva le sue inquietudini e la sua voglia di ricercare qualcosa, venendo dalla Danimarca per tutto il cammino francese. A nulla serve circondarsi di chi ha meno coraggio per sentirsi di spaccare il mondo, la cosa più bella è scoprire che c'è sempre chi ha osato più di te. 

Maria Jesus, una professoressa tutta d'un pezzo, che cammina da Navarra, quelli si che sono km! e attraverso di loro e dei loro racconti poter conoscere anche i pellegrini che ci hanno precedute o che in questo momento stanno facendo il nostro stesso percorso. Come non raccontare il famoso Coreano scalzo? dal racconto della professoressa ci immaginammo questa figura quasi sacra, con quell'aura mistica e che quasi potrebbe restare leggenda senza essere visto, che apparentemente per qualche ragione, un sogno o una visione, aveva promesso a se stesso di percorrere tutto il cammino scalzo. 

Finalmente la prima notte desiderata, dove anche il sonno ha tutto un altro gusto, il letto non è solo un dovere ma la pace del corpo, il necessario riposo non solo della mente ma del fisico dopo e prima di affrontare un altro sforzo. Perfino il sonno nel cammino ha il suo valore speciale, e anche il sonno è condiviso.

Seconda tappa: Portomarin - Palas del Rey, 24 km

Ormai ci sembra quasi una bella routine, il corpo forte, svegliarsi all'alba  (e nonostante tutto fra le ultime dell'albergo!) e iniziare con una bella salita per svegliarsi. La seconda tappa già ci sentiamo a casa, si inizia a riflettere sul cammino. Preoccupate per la seconda passeggiata in realtà sempre più stupite: senza vesciche e con ancora più forza. A volte con gruppi di pellegrini che ci anticipano o che superiamo, e verso la fine del percorso, che questa volta sentiamo vicino ma allo stesso tempo non arrivare, dietro di noi un gruppo di 4 ragazzi cantando con energia. Anche studenti di Galizia percorrono il cammino, nonostante sia un paesaggio già visto, nonostante sappiano che pioverà uno di questi giorni e che Santiago ci accoglierà grigia. Accomapagnandoci per un breve tratto continuiamo a nostro ritmo e arriviamo al nostro albergo di Benito, il tipico signore Gallego con umore particolare, accogliente il più possibile a suo modo, cercando di nascondere le urla del gruppo di catechesi arrivato dall'Andalusia. Non importa, la stanchezza in congiunto con i tappi per le orecchie avrebbero permesso un buon sonno senza farci paura. In stanza poco dopo un giovane di 18 anni circa, facendo il cammino da solo, un cuoco italiano con la sorella, che sono in cammino da un mese. Non mi aveva riconosciuto compatriota perché mi sentiva parlare con il ragazzo spagnolo, ma poi gli notavo una certa contentezza nel riconoscermi italiana emigrata e contenta  e ho sentito finalmente una solidarietà fra connazionali che mi è mancata spesso nella mia città. Non avrei mai immaginato che nella mia terra fosse così conosciuto il cammino. E mi chiedo le motivazioni, ma nel fondo nessuno riesce a spegarle, il mio amico cuoco dice per mettersi in forma e approfittare per fare turismo, ma nel fondo tutti crediamo che stiamo facendo un cammino verso un qualcosa che stiamo cercando, forse nel percorso, forse nella meta, forse in noi stessi, forse trovare noi stessi dopo esserci persi, e nel cammino si sa, basta seguire le frecce gialle e le conchiglie... 

Palas del Rey non è una tappa che ci colpisce esteticamente, ma il ricordo più bello è che data la ridotta estensione ci basta sederci in un baretto con i tavolini fuori e ritrovare i nostri amici pellegrini della tappa anteriore, i nostri compagni di Valencia e di Almeria, la nostra professoressa raccontandoci altre storie, conoscerci un po' e parlare di noi e del nostro lavoro, che mi sembra così distante da quella vita. Gongolandoci fra i complimenti dei nostri amici che stimano la nostra forza di volontà nel cammino, terminiamo la giornata pellegrina con una buona cena e la cura dei nostri piedini. Probabilmente mai come ora ci rendiamo conto di quanto valga il nostro corpo più di qualunque mezzo di trasporto, di come solo con le nostre forze e la coordinazione fra mente e corpo, possiamo andare lontano. Per questo il corpo va curato e coccolato, e come la natura che ci circonda, assume n significato diverso in relazione all'esterno.

Terza tappa: Palas del Rey - Arzua 28,8 km

Preoccupate per il terzo giorno di cammino, ma ancora il tempo della Galizia è clemente con noi e nonostante le nuvole sembra graziarci dalla pioggia. Preoccupate perché sarebbe stata una lunga tappa, per bosco e villaggi, la più lunga e stanche dei due gironi precedenti. Nonostante questo non sentiamo particolare stanchezza, riusciamo a gustare di più i dettagli del percorso, le pietre con i km mancanti e i segnali dei pellegrini, i messaggi lasciati da pellegrini che avanzavano per i loro amici più lenti come "Svegliati Fuori Paolino" e tanti altri. Di questa tappa non dimenticheremo il "rompepiernas" di Castaneda, in assoluto la salita più terribile, a circa 6 km dalla meta, dopo circa 5 ore di cammino. Non so come fosse possibile, ma quella salita che in un giorno qualunque avrei decisamente evitato di percorrere, la salgo rapidamente, senza fiatone, senza lamentarmi, sicura che sarebbe stato facile. Gli interminabili km prima del paese sono in piano, e il grigio inizia a farsi più fitto, la nebbia e l'umidità ci penetra nel corpo. La sensazione di arrivare inizia a farsi più sentire, e il sorriso dei nostri albergatori, l'ospitalità e la simpatia gallega mi sembrano un regalo. La stanza è una delle più grandi ma nonostante quoto ordinata e silenziosa, i letti con lenzuola e coperte e il pranzo assolutamente meritato non ha prezzo. La terza tappa inizia a darci la sensazione della scansione del tempo, del valore del cibo, della condivisione in un momento in cui non vorremmo vedere nessuno perché stremati a che nonostante questo fa esplodere il meglio di noi, la confidenza a parlare con chiunque, l'apertura a condividere con sconosciuti, che sempre hanno qualcosa in comune con noi, il fidarsi sempre e comunque senza nemmeno preoccuparsi per le cose di valore che lasciamo, che alla fine sono così poche. L'indispensabile è quello che abbiamo con noi. Inizio a sentire il bisogno di leggere e scrivere, e inizio a sfogliare un libro lasciato da un pellegrino sull'amore verso noi stessi e il recuperarsi da un amore finito male, non il più adatto al momento forse, ma saltando di capitolo in capitolo cercando quello che mi sta ogni giorno confermato il cammino e cercando di capire quello che di me stessa sto cercando. La sera prima di mettermi a letto, questa vola senza fretta e con il bisogno del mio momento di solitudine sempre condivida, mi avvicino al tipico quaderno dove i pellegrini scrivono i loro pensieri sull'albergo e sul cammino in generale. Mi soffermo a leggere i più curiosi, alcuni scritti in lingue sconosciute, segni giapponesi e quant'altro. E devo dire che questo momento per me assume un valore particolare quando immersa nel mio flashback scrivendo sul quaderno mi trasporto al presente piacevolmente interrotta da un ragazzo con voglia di conversazione e con occhi limpidi e ingenui. Parlando delle tappe di dove veniamo di perché lo facciamo e mi sembra così diverso relazionarmi con un ragazzo giovane qui, sembra tutto più bello perché nel fondo tutti abbiamo qualcosa in comune, un carattere che ci contraddistingue, e sappiamo che alcuni di noi confermano quella volontà di raggiungere la meta, quella consapevolezza che con la mente possiamo tutto perfino non sentire dolore e stanchezza, quella volontà di aprirsi al prossimo e che chi non la conferma la sta cercando e trovando qui, perché ce l'ha dentro. E così tutta quella conversazione assume un valore diverso breve per rispettare i ritmi della dura giornata, e perché tante cose si possono capire senza parlare, o bere, o andare a ballare e nonostante tutto ci toglie la voglia di andare a dormire per assaporarle.

Quarta tappa: Arzua - ...Lavacolla???

La pioggia non ci risparmia questa mattina, ma ci sentiamo in forze. Una giornata in cui non saremmo nemmeno usciti di casa, in cui sicuramente non sarei andata a correre, ma un impermeabile salva tutto, e così asciutte ma nonostante tutto con necessità di fermarci. Fino a metta mattina ci sembra in salita anche se in salita non è. Non vogliamo di fermarci ma i nostri polpacci come se fossimo nello stesso corpo, ormai così vicine l'una all'altra, gridano allo stesso tempo e finalmente appare una baita così perfetta. Il calore, l'asciutto, il cafe con leche, le brioche e i biscotti, è tutto incredibilmente buono. Non sappiamo cosa succede ma da quel momento qualcosa cambia, il nostro corpo improvvisamente non si sente più stanco e recuperiamo animo e forze. Passano altre due ore e vediamo altri due paesi dove solo ci fermiamo per "timbrare" la nostra credenziale. 
Raggiungiamo l'aeroporto di Santiago, vicino al pare dove avremmo stazionato la notte... ma quel qualcosa successo poche ore prima ci fa arrivare, e superare la meta. Siamo consapevoli che superandola Santiago sarebbe stato alle porte, e che i km percorsi in un giorno sarebbero stati 41 ma non ci spaventano. Proseguiamo, incontriamo gruppi di pellegrini diversi, due ragazze di Valladolid che sentono la nostra stessa voglia di arrivare. Scambiamo foto, il sole a tratti ci grazia. Il dolore che sentivo all'alluce, ai polpacci, al ginocchio non esistono, mi sembra di essere anestetizzata e le gambe vanno da sole, lo zaino non pesa ed è ormai parte di me. Ma il cammino del pellegrino è scandito dal cibo e l'hamburger che ci preparano nel camping più alto prima di arrivare a Santiago, è uno dei ricordi più piacevoli, non c'è punto di ritorno, solo avanti, acquistando forze, gustando anche ogni sorso d'acqua. E così iniziamo a scendere, piano piano, tra una pecora e l'altra,  ormai a 6 km dalla meta. Tre biciclette arrivano dietro di noi, e riconosco il ragazzo dell'albergo di Arzua, incredibile che a piedi fossimo davanti, ma a volte il cammino porta coincidenze generose. Ci aiutano a cercare un albergo, scherziamo sulla nostra rapidità e poi proseguiamo al nostro ritmo, con tanta voglia di ritrovati tutti insieme e condividere la gioia dell'arrivo. Stanche e felici vediamo la scritta rossa all'ingresso "Santiago di Compostela", che ancora non realizziamo il significato che avrebbe avuto per noi.

Ultimo giorno, notte in albergo improvvisato, un giro turistico per cenare, mi sembra strano girare per una città, come se ormai quello che possiede una città ci avanzi e non ne avessimo bisogno. L'ultimo giorno casualmente una domenica, sembra una domenica di festa, il regalo al pellegrino. Ritiriamo la Compostelana, il nostro diploma in latino, assistiamo alla messa commovente per il pellegrino, con voci in mille lingue, nella imponente cattedrale, accendiamo una candela, abbracciamo il santo, e pensiamo. Il sole ci aggrada, e passiamo uno dei giorni più belli. Ritroviamo i nostri compagni di viaggio, ci uniamo tutti per un pranzo in compagnia, con chi conosciamo e chi no, con il sorriso per tutti, con foto, con voglia di camminare.

Penso alle persone che contano, al superfluo di cui mi sono liberata. Mi sembra che molte sofferenze siano lontane e insignificanti, che molte ferite hanno avuto il tempo di rimarginarsi senza cicatrici, di aver preso la strada giusta e nonostante tutto, di non essere arrivata. Perché nel fondo, non vogliamo arrivare, quello che vogliamo è goderci i il cammino e condividere. Non credo che quest'esperienza mi farà ripianificare i principi su cui ho fondato la mia esistenza finora, ma per chi come me crede di sapere arrivare alla meta, può far capire che forse è arrivato i momento anche di assaporare il cammino e andare un po' più piano perché forse possiamo perdere cose per la strada e una volta arrivati, non sempre possiamo ricominciare.

Un grazie particolare a Nuria, la mia compagna di viaggio e ormai sorella, e a tutti i pellegrini con cui abbiamo condiviso uno  o più momenti e e a tutti quelli che continueranno il cammino con noi. A volte non scegliamo chi ci accompagna, ma se siamo per la strada giusta le tappe ci insegneranno a riconoscere chi può avere un valore particolare nelle nostre vite.












Para ser feliz con los demás es necesario no pedirles aquello que no puedan darnos.

8 giugno 2014

Devo dire che questa è una delle migliori frasi che ho trovato ultimamente. Quante volte qui ho parlato della varietà di Madrid, per i suoi luoghi, per i gusti, per i locali, le attività. Ma prima di tutto come ogni città Madrid è fatta di gente, tanta gente, gente che si riversa nelle strade ogni qualvolta un evento invade la città, ogni domenica per La Latina, ogni "terracita", ossia tutti i bar con i tavoli all'aperto, pieni di gente a ogni ora dei pomeriggi soleggiati di questa calda primavera. Ormai si sa, non si privano di nulla i madrileni. Ma proprio perché in una fauna tanto grande e  differenziata, in una città tanto cosmopolita, con un viavai di gente che arriva va e torna perché se ne innamora, è ancora più difficile e richiede un occhio speciale differenziare quelli che in questo via  vai restano e quelli che no. Certo che è così in ogni ambiente, di lavoro e amicizie, e ci sono dei pattern comuni sempre. Le donne ad esempio, in eterna competizione in gelosie ingiustificate, che poi prendono come scuse emblemi maschili quando la ragione del conflitto è qualcosa di molto più ancestrale. Ma qui, è molto più facile sbarazzarsi dalla vista di qualcuno, senza giustificazione, ed è molto più facile sfuggire il compromesso, quel mostro terrorifico che normalmente mette pelle d'oca a tanti giovani indipendenti intorno ai 30. A Madrid, fuggire il compromesso è la cosa più facile, perché si può godere della vita facilmente, percè ci si sente sempre giovani, perché quasi nessuno si pone freni morali (e alcolici). 
Ecco perché leggendo questa frase, può cambiarti una giornata. In questa fauna, straniero e innamorato i Madrid, devi saperti proteggere. 

E allo stesso temo godere di quello che ti da ogni singolo incontro. Non chiedere a qualcuno di essere diverso, non chiedere a una falsa amica che si penta di averti tagliato da un gruppo mediocre, aspettarsi qualcosa da qualcuno, e dal famoso "paura del compromesso" rispondi con un: e io non ho paura di chi non vuole compromettersi. A volte quel bisogno che abbiamo di dare si può risolvere con una risposta completamente vuota. Ma solo il fatto che abbiamo quella voglia, e che non riceviamo nulla in cambio, ci fa essere quello che siamo. Non chiedere quello che non ci possano dare non e solo essere felici con gli altri, è essere felici con sé stessi, aver succhiato tutta la linfa dalle radici, essersi nutriti senza soffrire e far soffrire. Respirre a fondo quel profumo, aspetta l'alba per smettere di ballare, non pensare mai al risveglio, sapere sempre che dove si è e con chi, è la cosa migliore che poteva capitarci. A volte non sempre quello che ci aspettiamo o che pretendiamo degli altri è la cosa migliore, e proprio rispettando quella singolarità di non voler o non poter dare che si mantiene l'equilibrio di quell'organismo di dinamiche umane.
In questo inno alle relazioni personali, non si può dimenticare che qui come in qualunque altro posto del mondo, a volte c'è chi ci da tutto e non ce ne accorgiamo, o siamo troppo frenetici per ascoltare quella parola o abbiamo inconsciamente paura anche noi. Il mondo e le città e i microcosmi sono fatti di conflitti, in cui sempre spicca qualcuno che per definizione di intelligenza, risolve e ne esce vincente. 
     Non appena lo conosca mi farò fare un corso accelerato.

Verso i 30

2 giugno 2014
L'età. 
E' qualcosa di molto soggettvo nel senso di personale quello che vorrei condividere questa volta. Il bisogno umano di generalizzare, probabilmente rispecchia quella necessità di trovare normalità e generalizzare la situazione propria di ognuno. Quante volte abbiamo detto "è normale, a tutti succede", per sentirci un po' meglio. O viceversa, perdere come mal esempio quella mediocrità comune ed consapevolmente differenti perché convinti si non volere quello che vediamo in quella generalizzazione. Ma cosa cambia, quando arriva quell'età in cui iniziamo a fare bilanci di vita, siam contenti dei nostri obiettivi, ma sentiamo quel vuoto enorme, che ci semrba che i nostri vicini hanno riempito?
Nemmeno la scrittura è più la stessa, un po' come le più famose crisi d'identità degli scrittori nella loro eterna revisione, iniziano una pagina in bianco e facendo un cartoccio che poi finisce nel famoso cestino della stanza di lavoro, (o tutto intorno). Con il digitale non è più nemmeno possibile quello sfogo, quell'accartocciare disperatamente il foglio, mentre solo resta quella barra lampeggiante aspettando che le dita scorrano sulla tastiera, o che al contrario torni indietro correndo , con un delete, per poi essere di nuovo lì, quella barra verticale aspettando che il nero riempia quel vuoto ... Una barra lampeggiante come un ritmo cardiaco.

E capita in quest'età che i piaceri si usino per  riempire un vuoto, per trovare quel godimento istantaneo, e si codificano nell'errore. Il cibo, la scrittura, l'amore. Un'evoluzione lenta ed impercettibile, di cui poco a poco ti rendi conto, se hai avuto fortuna che finalmente hai ottenuto quello che sognavi 10 anni fa, quando quella forza ribelle ti strappava l'anima, e non ti restava che stringer i denti. Evoluzione di un capello bianco, di una ruga in più, quando si passa da quella speranza di un giorno in cui finalmente avremo tutto, alla consapevolezza che una volta ottenuto, non si potrà avere tutto e contemporaneamente. I più fortunati potranno dire, posso ottener tutto, semplicemente non posso averlo tutto nello stesso momento. La dura legge di Murphy, o chi ha pane non ha denti, o l'erba del vicino è sempre la più versa, e la dura legge del gol, sono una costante di noi. La cosa affascinante, è che fortunatamente la coscienza non è rassegnazione, al contrario è accettazione e paradossalmente lotta per avvicinarsi il più possibile a ciò che si desidera, e comportarsi nel modo più conforme all'ottenerla, non importa se non arriva. Accettare e non cercare di cambiare gli altri, ma saper cogliere da loro quello che ci possono dare, con distacco, fino a non alterarsi più. E' amare sé stessi prima di tutti, perché siamo gli unici con cui dovremo convivere per sempre. Pensare fuori dall'ordinario,  e grazie all'assenza di pregiudizio capire che non potremmo essere più felici di come siamo, che le cose non potrebbero andare meglio. Abituarsi alle delusioni, alle aspettative fallite, a quel qualcosa che non va come volevamo, perché non è in nostro potere... ma non abituarsi mai all'amore, a un abbraccio, a un sorriso , alle lacrime di un amico, a un viaggio di ritorno o di riconciliazione. Non abituarsi mai, e rischiare il più possibile. Non c'è niente di meglio avvicinarsi ai 30, e non avere assolutamente nessun rimpianto.