Il Cammino di Santiago: le mie tappe

05 agosto 2014

Dopo tante esperienze spagnole vissute in questi due anni e mezzo di soggiorno a Madrid, finalmente è toccata l'esperienza più grande degli ultimi anni. Anche io ho fatto il Cammino di Santiago. 

Non penso sarà necessario dare consigli pratici, di quelli se ne trovano fin troppi nella rete. Quello che vorrei dare è l'idea dell'emozione e tutto quello che ha arricchito la vita di ogni pellegrino, dove tutti siamo diversi ma simili perché accomunati da qualcosa di grande. Sono consapevole che il tema religioso sia delicato e parallelo, ma nemmeno in questo terreno non lascerò le mie impronte, dato che non mi sento spiritualmente in grado di farlo, ma le tappe non si concludono con Santiago e l'evoluzione della vita è un mistero infinito. Dunque partiamo dal principio. 

Prima di iniziare a pianificare con la mia cara amica il cammino, non avevo la più pallida idea di come sarebbe stato, ma ero attirata come sempre dal nuovo, dalla conoscenza, dal percorso, dalla meta prefissata. Credo che sia sorta l'esigenza per entrambe proprio da questi sentimenti. La pianificazione delle tappe - che dovevano coprire almeno 100 km per ottenere il diploma della Compostelana - fu altrettano divertente. Cosicchè con appena una settimana di anticipo, già a avevamo tappa per tappa e giorno per giorno programmato la nostra giornata e il nostro cammino francese prescelto fra le varie rotte storiche.



Arrivo: Sarria

Diverse ore di trano separano Madrid da questa cittadina della Galizia, con il nostro zaino ricco di cose indispensabili, già sognamo come sarà. La prima volta per me in Galizia, finalmente avrei potuto visitare un po' il nord che sempre mi aveva attirato ma che non avevo a nuora avuto modo di toccare. Una volta arrivate e trovato l'albergo, è tardi e non ci rendiamo conto di quello che stava per iniziare. Non riusciamo a parlare quasi con nessun pellegrino - a parte vedere qualcuno zoppicando qua e là e alcune ragazze italiane mostrando vesciche. Ce la prendiamo con calma, ispezioniamo il paesino fatto di case di pietra, arriviamo verso la via storica dove la chiesa, e li ceniamo di razioni, ascoltando le conversioni di chi aveva già iniziato il cammino, curiosando come gruppi eterogenei di giovani anziani spagnoli e stranieri si fossero aggregati, scoprendo svariate e improvvisate traduzioni dallo spagnolo all'inglese che ci fanno sorridere, ma alle 22 già la luce è spenta e i nostri compagni di stanza già addormentati. Prima lezione: mai dimenticare i tappi per  le orecchie, e se sei quello che va sopra nel letto a castello, organizza bene tutte le tue cose prima di salire o sveglierai tutti per scendere a cercarle. 


Prima tappa: Sarria - Portomarin, 22,4 km

La mattina è fresca e buia alle 7, e dopo una colazione a base di te e merendine prese al supermercato il giorno prima così iniziano i nostri chilometri. All'uscire dal paese ci sembra complicatissimo trovare la strada, cercando frecce gialle e conchiglie ovunque, e alla fine chiedendo e interpretando le varie risposte in gallego degli anziani svegli al mattino presto, riusciamo a incamminarci e a trovare i primi pellegrini. Tantissimi andalusi e tantissimi italiani, appena uscite dal paese inizia il bosco che ci avrebbe accompagno quasi fino al paese. Passano ore e ore così, con pause brevi, la ricerca di acqua dalle fontane, i nostri dubbi, i calcoli di quando saremmo arrivate. Tante parole, pochi silenzi, "Buen Camino" è il saluto che ci scambiamo noi pellegrini. Lo zaino non sembra pesare più dei pensieri, la natura che mi circonda, la lontananza dai rumori artificiali, mi fa sembrare Madrid e la vita routine molto lontana. Il cellulare spento, non abbiamo necessità. Iniziano a soffrire di stanchezza i piedi, le scarpe forse sono troppo strette, ma è sopportabile. E così verso la quinta ora, e l'inizio dell'asfalto, un grande cartello ci accoglie. Delle scale e una piccola porta medievale si entra nel paese. La strada principale, ovviamente in salita è quella che secondo un anziano gallego che esce gentilmente dalla sua stalla ci conduce al nostro albergo. Un ragazza ci accoglie, siamo tra le prime pellegrine ad arrivare. Solo una ragazza giovane e nordica aveva già occupato il suo letto. Niente come quella doccia calda, in un bagno pulito ed accogliente. Il solito letto a castello, il sole caldo con l'aria tiepida della Galizia. E la cosa più importante: il pranzo. 



Questo è solo primo delle giornate scandite dal cammino: e inizio a pensare a quanto l'essere umano torni al suo stadio più essenziale, più animale. Ha bisogno di nutrirsi perché ha lottato la natura con le sue gambe, ma allo stesso tempo ha un sentimento molto più grande di appagamento. Mi rammenta un forte contrasto fra la natura animale dell'uomo e la civilizzata: proprio ora che siamo in preda ai nostri istinti più basici, è il momento in cui più siamo civilizzati, e la nostra natura di essere sociale si manifesta, con il rispetto per il prossimo, con la ricerca della condivisione, non sempre e non per tutti, per alcuni più selettiva, ma costante. L'uomo è n essere sociale e cerca la propria tribù, la propria dimensione collettiva. Nessun posto mi sono sentita a casa come in un albergo di pellegrini. Poco a poco arrivano persone dopo di noi, e con grande soddisfazione ci avviciniamo alla pizza centrale, con il bel portico e la scelta dei posticini per mangiare. Incrociamo lo sguardo di ragazzi che erano con noi nel treno per Sarria, o di altri incrociati nelle 5 ore di cammino. Il pellegrino lo riconosci: va vestito comodo e con le ciabatte, per rilassare i piedini soggetti a un lungo sforzo. Siamo tutti riconoscibili e solidali.  Sento parlare italiano ovunque, e così per gioco ci fermiamo in un ristorante italiano. Un ragazzo dalle poche parole ci prepara la pasta più buona mangiata negli ultimi due anni in Spagna, per poi scoprirci connazionali. Andrea di Ferrara, non capivo come un ragazzo italiano potesse avere l'idea di lavorare in un ristorante di Portomarin, un paesino che nemmeno uno spagnolo conosce. Il cammino l'aveva portato li, mi racconta, e la sua meta l'aveva scelta cammin facendo. 


Iniziano le storie infinite ascoltate dai nostri compagni di avventure. Helen, una delle ragazze che più mi hanno fatto pensare in questo cammino, con quel viso limpido e pacifico, che nascondeva le sue inquietudini e la sua voglia di ricercare qualcosa, venendo dalla Danimarca per tutto il cammino francese. A nulla serve circondarsi di chi ha meno coraggio per sentirsi di spaccare il mondo, la cosa più bella è scoprire che c'è sempre chi ha osato più di te. 

Maria Jesus, una professoressa tutta d'un pezzo, che cammina da Navarra, quelli si che sono km! e attraverso di loro e dei loro racconti poter conoscere anche i pellegrini che ci hanno precedute o che in questo momento stanno facendo il nostro stesso percorso. Come non raccontare il famoso Coreano scalzo? dal racconto della professoressa ci immaginammo questa figura quasi sacra, con quell'aura mistica e che quasi potrebbe restare leggenda senza essere visto, che apparentemente per qualche ragione, un sogno o una visione, aveva promesso a se stesso di percorrere tutto il cammino scalzo. 

Finalmente la prima notte desiderata, dove anche il sonno ha tutto un altro gusto, il letto non è solo un dovere ma la pace del corpo, il necessario riposo non solo della mente ma del fisico dopo e prima di affrontare un altro sforzo. Perfino il sonno nel cammino ha il suo valore speciale, e anche il sonno è condiviso.

Seconda tappa: Portomarin - Palas del Rey, 24 km

Ormai ci sembra quasi una bella routine, il corpo forte, svegliarsi all'alba  (e nonostante tutto fra le ultime dell'albergo!) e iniziare con una bella salita per svegliarsi. La seconda tappa già ci sentiamo a casa, si inizia a riflettere sul cammino. Preoccupate per la seconda passeggiata in realtà sempre più stupite: senza vesciche e con ancora più forza. A volte con gruppi di pellegrini che ci anticipano o che superiamo, e verso la fine del percorso, che questa volta sentiamo vicino ma allo stesso tempo non arrivare, dietro di noi un gruppo di 4 ragazzi cantando con energia. Anche studenti di Galizia percorrono il cammino, nonostante sia un paesaggio già visto, nonostante sappiano che pioverà uno di questi giorni e che Santiago ci accoglierà grigia. Accomapagnandoci per un breve tratto continuiamo a nostro ritmo e arriviamo al nostro albergo di Benito, il tipico signore Gallego con umore particolare, accogliente il più possibile a suo modo, cercando di nascondere le urla del gruppo di catechesi arrivato dall'Andalusia. Non importa, la stanchezza in congiunto con i tappi per le orecchie avrebbero permesso un buon sonno senza farci paura. In stanza poco dopo un giovane di 18 anni circa, facendo il cammino da solo, un cuoco italiano con la sorella, che sono in cammino da un mese. Non mi aveva riconosciuto compatriota perché mi sentiva parlare con il ragazzo spagnolo, ma poi gli notavo una certa contentezza nel riconoscermi italiana emigrata e contenta  e ho sentito finalmente una solidarietà fra connazionali che mi è mancata spesso nella mia città. Non avrei mai immaginato che nella mia terra fosse così conosciuto il cammino. E mi chiedo le motivazioni, ma nel fondo nessuno riesce a spegarle, il mio amico cuoco dice per mettersi in forma e approfittare per fare turismo, ma nel fondo tutti crediamo che stiamo facendo un cammino verso un qualcosa che stiamo cercando, forse nel percorso, forse nella meta, forse in noi stessi, forse trovare noi stessi dopo esserci persi, e nel cammino si sa, basta seguire le frecce gialle e le conchiglie... 

Palas del Rey non è una tappa che ci colpisce esteticamente, ma il ricordo più bello è che data la ridotta estensione ci basta sederci in un baretto con i tavolini fuori e ritrovare i nostri amici pellegrini della tappa anteriore, i nostri compagni di Valencia e di Almeria, la nostra professoressa raccontandoci altre storie, conoscerci un po' e parlare di noi e del nostro lavoro, che mi sembra così distante da quella vita. Gongolandoci fra i complimenti dei nostri amici che stimano la nostra forza di volontà nel cammino, terminiamo la giornata pellegrina con una buona cena e la cura dei nostri piedini. Probabilmente mai come ora ci rendiamo conto di quanto valga il nostro corpo più di qualunque mezzo di trasporto, di come solo con le nostre forze e la coordinazione fra mente e corpo, possiamo andare lontano. Per questo il corpo va curato e coccolato, e come la natura che ci circonda, assume n significato diverso in relazione all'esterno.

Terza tappa: Palas del Rey - Arzua 28,8 km

Preoccupate per il terzo giorno di cammino, ma ancora il tempo della Galizia è clemente con noi e nonostante le nuvole sembra graziarci dalla pioggia. Preoccupate perché sarebbe stata una lunga tappa, per bosco e villaggi, la più lunga e stanche dei due gironi precedenti. Nonostante questo non sentiamo particolare stanchezza, riusciamo a gustare di più i dettagli del percorso, le pietre con i km mancanti e i segnali dei pellegrini, i messaggi lasciati da pellegrini che avanzavano per i loro amici più lenti come "Svegliati Fuori Paolino" e tanti altri. Di questa tappa non dimenticheremo il "rompepiernas" di Castaneda, in assoluto la salita più terribile, a circa 6 km dalla meta, dopo circa 5 ore di cammino. Non so come fosse possibile, ma quella salita che in un giorno qualunque avrei decisamente evitato di percorrere, la salgo rapidamente, senza fiatone, senza lamentarmi, sicura che sarebbe stato facile. Gli interminabili km prima del paese sono in piano, e il grigio inizia a farsi più fitto, la nebbia e l'umidità ci penetra nel corpo. La sensazione di arrivare inizia a farsi più sentire, e il sorriso dei nostri albergatori, l'ospitalità e la simpatia gallega mi sembrano un regalo. La stanza è una delle più grandi ma nonostante quoto ordinata e silenziosa, i letti con lenzuola e coperte e il pranzo assolutamente meritato non ha prezzo. La terza tappa inizia a darci la sensazione della scansione del tempo, del valore del cibo, della condivisione in un momento in cui non vorremmo vedere nessuno perché stremati a che nonostante questo fa esplodere il meglio di noi, la confidenza a parlare con chiunque, l'apertura a condividere con sconosciuti, che sempre hanno qualcosa in comune con noi, il fidarsi sempre e comunque senza nemmeno preoccuparsi per le cose di valore che lasciamo, che alla fine sono così poche. L'indispensabile è quello che abbiamo con noi. Inizio a sentire il bisogno di leggere e scrivere, e inizio a sfogliare un libro lasciato da un pellegrino sull'amore verso noi stessi e il recuperarsi da un amore finito male, non il più adatto al momento forse, ma saltando di capitolo in capitolo cercando quello che mi sta ogni giorno confermato il cammino e cercando di capire quello che di me stessa sto cercando. La sera prima di mettermi a letto, questa vola senza fretta e con il bisogno del mio momento di solitudine sempre condivida, mi avvicino al tipico quaderno dove i pellegrini scrivono i loro pensieri sull'albergo e sul cammino in generale. Mi soffermo a leggere i più curiosi, alcuni scritti in lingue sconosciute, segni giapponesi e quant'altro. E devo dire che questo momento per me assume un valore particolare quando immersa nel mio flashback scrivendo sul quaderno mi trasporto al presente piacevolmente interrotta da un ragazzo con voglia di conversazione e con occhi limpidi e ingenui. Parlando delle tappe di dove veniamo di perché lo facciamo e mi sembra così diverso relazionarmi con un ragazzo giovane qui, sembra tutto più bello perché nel fondo tutti abbiamo qualcosa in comune, un carattere che ci contraddistingue, e sappiamo che alcuni di noi confermano quella volontà di raggiungere la meta, quella consapevolezza che con la mente possiamo tutto perfino non sentire dolore e stanchezza, quella volontà di aprirsi al prossimo e che chi non la conferma la sta cercando e trovando qui, perché ce l'ha dentro. E così tutta quella conversazione assume un valore diverso breve per rispettare i ritmi della dura giornata, e perché tante cose si possono capire senza parlare, o bere, o andare a ballare e nonostante tutto ci toglie la voglia di andare a dormire per assaporarle.

Quarta tappa: Arzua - ...Lavacolla???

La pioggia non ci risparmia questa mattina, ma ci sentiamo in forze. Una giornata in cui non saremmo nemmeno usciti di casa, in cui sicuramente non sarei andata a correre, ma un impermeabile salva tutto, e così asciutte ma nonostante tutto con necessità di fermarci. Fino a metta mattina ci sembra in salita anche se in salita non è. Non vogliamo di fermarci ma i nostri polpacci come se fossimo nello stesso corpo, ormai così vicine l'una all'altra, gridano allo stesso tempo e finalmente appare una baita così perfetta. Il calore, l'asciutto, il cafe con leche, le brioche e i biscotti, è tutto incredibilmente buono. Non sappiamo cosa succede ma da quel momento qualcosa cambia, il nostro corpo improvvisamente non si sente più stanco e recuperiamo animo e forze. Passano altre due ore e vediamo altri due paesi dove solo ci fermiamo per "timbrare" la nostra credenziale. 
Raggiungiamo l'aeroporto di Santiago, vicino al pare dove avremmo stazionato la notte... ma quel qualcosa successo poche ore prima ci fa arrivare, e superare la meta. Siamo consapevoli che superandola Santiago sarebbe stato alle porte, e che i km percorsi in un giorno sarebbero stati 41 ma non ci spaventano. Proseguiamo, incontriamo gruppi di pellegrini diversi, due ragazze di Valladolid che sentono la nostra stessa voglia di arrivare. Scambiamo foto, il sole a tratti ci grazia. Il dolore che sentivo all'alluce, ai polpacci, al ginocchio non esistono, mi sembra di essere anestetizzata e le gambe vanno da sole, lo zaino non pesa ed è ormai parte di me. Ma il cammino del pellegrino è scandito dal cibo e l'hamburger che ci preparano nel camping più alto prima di arrivare a Santiago, è uno dei ricordi più piacevoli, non c'è punto di ritorno, solo avanti, acquistando forze, gustando anche ogni sorso d'acqua. E così iniziamo a scendere, piano piano, tra una pecora e l'altra,  ormai a 6 km dalla meta. Tre biciclette arrivano dietro di noi, e riconosco il ragazzo dell'albergo di Arzua, incredibile che a piedi fossimo davanti, ma a volte il cammino porta coincidenze generose. Ci aiutano a cercare un albergo, scherziamo sulla nostra rapidità e poi proseguiamo al nostro ritmo, con tanta voglia di ritrovati tutti insieme e condividere la gioia dell'arrivo. Stanche e felici vediamo la scritta rossa all'ingresso "Santiago di Compostela", che ancora non realizziamo il significato che avrebbe avuto per noi.

Ultimo giorno, notte in albergo improvvisato, un giro turistico per cenare, mi sembra strano girare per una città, come se ormai quello che possiede una città ci avanzi e non ne avessimo bisogno. L'ultimo giorno casualmente una domenica, sembra una domenica di festa, il regalo al pellegrino. Ritiriamo la Compostelana, il nostro diploma in latino, assistiamo alla messa commovente per il pellegrino, con voci in mille lingue, nella imponente cattedrale, accendiamo una candela, abbracciamo il santo, e pensiamo. Il sole ci aggrada, e passiamo uno dei giorni più belli. Ritroviamo i nostri compagni di viaggio, ci uniamo tutti per un pranzo in compagnia, con chi conosciamo e chi no, con il sorriso per tutti, con foto, con voglia di camminare.

Penso alle persone che contano, al superfluo di cui mi sono liberata. Mi sembra che molte sofferenze siano lontane e insignificanti, che molte ferite hanno avuto il tempo di rimarginarsi senza cicatrici, di aver preso la strada giusta e nonostante tutto, di non essere arrivata. Perché nel fondo, non vogliamo arrivare, quello che vogliamo è goderci i il cammino e condividere. Non credo che quest'esperienza mi farà ripianificare i principi su cui ho fondato la mia esistenza finora, ma per chi come me crede di sapere arrivare alla meta, può far capire che forse è arrivato i momento anche di assaporare il cammino e andare un po' più piano perché forse possiamo perdere cose per la strada e una volta arrivati, non sempre possiamo ricominciare.

Un grazie particolare a Nuria, la mia compagna di viaggio e ormai sorella, e a tutti i pellegrini con cui abbiamo condiviso uno  o più momenti e e a tutti quelli che continueranno il cammino con noi. A volte non scegliamo chi ci accompagna, ma se siamo per la strada giusta le tappe ci insegneranno a riconoscere chi può avere un valore particolare nelle nostre vite.












Para ser feliz con los demás es necesario no pedirles aquello que no puedan darnos.

08 giugno 2014

Devo dire che questa è una delle migliori frasi che ho trovato ultimamente. Quante volte qui ho parlato della varietà di Madrid, per i suoi luoghi, per i gusti, per i locali, le attività. Ma prima di tutto come ogni città Madrid è fatta di gente, tanta gente, gente che si riversa nelle strade ogni qualvolta un evento invade la città, ogni domenica per La Latina, ogni "terracita", ossia tutti i bar con i tavoli all'aperto, pieni di gente a ogni ora dei pomeriggi soleggiati di questa calda primavera. Ormai si sa, non si privano di nulla i madrileni. Ma proprio perché in una fauna tanto grande e  differenziata, in una città tanto cosmopolita, con un viavai di gente che arriva va e torna perché se ne innamora, è ancora più difficile e richiede un occhio speciale differenziare quelli che in questo via  vai restano e quelli che no. Certo che è così in ogni ambiente, di lavoro e amicizie, e ci sono dei pattern comuni sempre. Le donne ad esempio, in eterna competizione in gelosie ingiustificate, che poi prendono come scuse emblemi maschili quando la ragione del conflitto è qualcosa di molto più ancestrale. Ma qui, è molto più facile sbarazzarsi dalla vista di qualcuno, senza giustificazione, ed è molto più facile sfuggire il compromesso, quel mostro terrorifico che normalmente mette pelle d'oca a tanti giovani indipendenti intorno ai 30. A Madrid, fuggire il compromesso è la cosa più facile, perché si può godere della vita facilmente, percè ci si sente sempre giovani, perché quasi nessuno si pone freni morali (e alcolici). 
Ecco perché leggendo questa frase, può cambiarti una giornata. In questa fauna, straniero e innamorato i Madrid, devi saperti proteggere. 

E allo stesso temo godere di quello che ti da ogni singolo incontro. Non chiedere a qualcuno di essere diverso, non chiedere a una falsa amica che si penta di averti tagliato da un gruppo mediocre, aspettarsi qualcosa da qualcuno, e dal famoso "paura del compromesso" rispondi con un: e io non ho paura di chi non vuole compromettersi. A volte quel bisogno che abbiamo di dare si può risolvere con una risposta completamente vuota. Ma solo il fatto che abbiamo quella voglia, e che non riceviamo nulla in cambio, ci fa essere quello che siamo. Non chiedere quello che non ci possano dare non e solo essere felici con gli altri, è essere felici con sé stessi, aver succhiato tutta la linfa dalle radici, essersi nutriti senza soffrire e far soffrire. Respirre a fondo quel profumo, aspetta l'alba per smettere di ballare, non pensare mai al risveglio, sapere sempre che dove si è e con chi, è la cosa migliore che poteva capitarci. A volte non sempre quello che ci aspettiamo o che pretendiamo degli altri è la cosa migliore, e proprio rispettando quella singolarità di non voler o non poter dare che si mantiene l'equilibrio di quell'organismo di dinamiche umane.
In questo inno alle relazioni personali, non si può dimenticare che qui come in qualunque altro posto del mondo, a volte c'è chi ci da tutto e non ce ne accorgiamo, o siamo troppo frenetici per ascoltare quella parola o abbiamo inconsciamente paura anche noi. Il mondo e le città e i microcosmi sono fatti di conflitti, in cui sempre spicca qualcuno che per definizione di intelligenza, risolve e ne esce vincente. 
     Non appena lo conosca mi farò fare un corso accelerato.

Verso i 30

02 giugno 2014
L'età. 
E' qualcosa di molto soggettvo nel senso di personale quello che vorrei condividere questa volta. Il bisogno umano di generalizzare, probabilmente rispecchia quella necessità di trovare normalità e generalizzare la situazione propria di ognuno. Quante volte abbiamo detto "è normale, a tutti succede", per sentirci un po' meglio. O viceversa, perdere come mal esempio quella mediocrità comune ed consapevolmente differenti perché convinti si non volere quello che vediamo in quella generalizzazione. Ma cosa cambia, quando arriva quell'età in cui iniziamo a fare bilanci di vita, siam contenti dei nostri obiettivi, ma sentiamo quel vuoto enorme, che ci semrba che i nostri vicini hanno riempito?
Nemmeno la scrittura è più la stessa, un po' come le più famose crisi d'identità degli scrittori nella loro eterna revisione, iniziano una pagina in bianco e facendo un cartoccio che poi finisce nel famoso cestino della stanza di lavoro, (o tutto intorno). Con il digitale non è più nemmeno possibile quello sfogo, quell'accartocciare disperatamente il foglio, mentre solo resta quella barra lampeggiante aspettando che le dita scorrano sulla tastiera, o che al contrario torni indietro correndo , con un delete, per poi essere di nuovo lì, quella barra verticale aspettando che il nero riempia quel vuoto ... Una barra lampeggiante come un ritmo cardiaco.

E capita in quest'età che i piaceri si usino per  riempire un vuoto, per trovare quel godimento istantaneo, e si codificano nell'errore. Il cibo, la scrittura, l'amore. Un'evoluzione lenta ed impercettibile, di cui poco a poco ti rendi conto, se hai avuto fortuna che finalmente hai ottenuto quello che sognavi 10 anni fa, quando quella forza ribelle ti strappava l'anima, e non ti restava che stringer i denti. Evoluzione di un capello bianco, di una ruga in più, quando si passa da quella speranza di un giorno in cui finalmente avremo tutto, alla consapevolezza che una volta ottenuto, non si potrà avere tutto e contemporaneamente. I più fortunati potranno dire, posso ottener tutto, semplicemente non posso averlo tutto nello stesso momento. La dura legge di Murphy, o chi ha pane non ha denti, o l'erba del vicino è sempre la più versa, e la dura legge del gol, sono una costante di noi. La cosa affascinante, è che fortunatamente la coscienza non è rassegnazione, al contrario è accettazione e paradossalmente lotta per avvicinarsi il più possibile a ciò che si desidera, e comportarsi nel modo più conforme all'ottenerla, non importa se non arriva. Accettare e non cercare di cambiare gli altri, ma saper cogliere da loro quello che ci possono dare, con distacco, fino a non alterarsi più. E' amare sé stessi prima di tutti, perché siamo gli unici con cui dovremo convivere per sempre. Pensare fuori dall'ordinario,  e grazie all'assenza di pregiudizio capire che non potremmo essere più felici di come siamo, che le cose non potrebbero andare meglio. Abituarsi alle delusioni, alle aspettative fallite, a quel qualcosa che non va come volevamo, perché non è in nostro potere... ma non abituarsi mai all'amore, a un abbraccio, a un sorriso , alle lacrime di un amico, a un viaggio di ritorno o di riconciliazione. Non abituarsi mai, e rischiare il più possibile. Non c'è niente di meglio avvicinarsi ai 30, e non avere assolutamente nessun rimpianto.


Prima o poi arriva il tempo per tutto - 2014

19 gennaio 2014


In quest’anno come non mai ho imparato che il tempo arriva, per tutto.

Da emigrata, e per non dimenticare il contesto madrileno, che resta sempre il fulcro intorno al quale girano vite diverse, avventure, girano soldi e girano lavatrici, anche in un contorno accelerato come questo, dobbiamo abituarci alla pazienza. A parte il fine/inizio anno, e a chi mi chiede continuamente: c’è crisi? vorrei rassicurare sul fatto che se la crisi c’è nei grandi discorsi globali e dove la mia intelligenza di intrattenitrice non arriva, la crisi può non esserci se ce la togliamo di torno. A Madrid si trova lavoro se si vuole, ho visto gente lottare, ma ho anche visto gente non accontentarsi e trovare il proprio obiettivo. Spero che chi è qui possa i confermarlo, e che chi no, beh meglio cerchi un’attitudine più positiva e la motivazione grande, di star bene. Credo che se non avessi avuto tante spinte al mio bisogno di essere indipendente e liberarmi dei problemi, probabilmente nemmeno sarei dove sono. Forse è già stato discusso per altri aspetti, ma vorrei ribadire che soprattutto nel tema lavorativo, agli spagnoli piace molto lamentarsi, e alla fine, solo alcuni decidono di sfruttare le opportunità di Madrid e delle reti sociali per prendere una decisione: andarsene dalla Spagna? alla fine devono ammettere che si sta troppo bene. Tutto arriva con fatica anche qui, anche tra un botellín e un altro, tapas baratas, e “garrafones” nelle discoteche,  va tutto bene quando dipende da noi.

     Spostando il tutto a un microcosmo qualunque, è quando ti bloccano in quell’irrazionale che non è proprio tuo, che ti senti perso, non lo puoi controllare, e la sofferenza che vuoi soffocare è proprio quella con cui devi convivere un tempo, e lasciarla con te finché non sarà lei ad andarsene. Credo che lo faccia gradualmente, allontanarsi, ma poi arriva uno di quei giorni in cui dici “oggi” e sai che è l’ultima volta che verserai una lacrima in più per quella piccola croce della tua vita. Anche se ce ne saranno altre, la vita è bella perché è così. E in un momento vedi chiaramente la saggezza innocente di quella cara amica che: "dalle cose che ti fanno male bisogna stare lontano", blocchi tutto come fosse un’opzione di privacy in social network e cerchi di aggrapparti a piccole cose che aiutino. Inizialmente riempi vuoti, i vuoti della non sofferenza, che a volte non sono altrettanto ideali, ma fanno parte di un percorso naturale. Ti aggrappi a quei propositi, che l’anno nuovo aiuta. E non sono d’accordo che mai i buoni propositi si portino a compimento. Certo se la maggior parte delle volte servono a chi li fa per mettersi l’anima in pace e sentirsi meglio per un mese, per poi tornare a frustrazione ancora più grande nel non averli compiuti, servono anche a chi dice che non li fa tanto non li compie, perché evidentemente crede di non aver nulla da migliorare o non ha voglia di impegnarsi a provarci. Devo ammettere che nonostante le forze di volontà più grandi riescano, non sempre è immediato il successo, soprattutto se i propositi sono tanti. Ma maturandoli, con alcuni si inizia male, quel’”oggi” vale anche per loro, che al contrario dei ricordi dannosi allontanandosi, quelli entrano poco a poco, dobbiamo solo essere aperti a sacrificarci per un breve tempo, ma anche quello nel fondo fa bene. Il godere tutto al massimo fa esplodere. Esplodi come dopo aver mangiato tanta cioccolata da non poterne più, da fare tanto amore che ti fa più male, da veder tanta incoerenza da passarti la voglia di cercare. E allora lasciamo spazio ai ricordi di tutti i tipi, a quelli più assurdi, dejavu di  concerti di tanti anni fa e altri più recenti, persone che si incrociano. E resti li, in quel limbo tra star bene ed essere felice, che non sono la stessa cosa.
Buon mese di buoni propositi a tutti, buon "oggi", buona ricerca.